UN MESE DOPO L'ATTUAZIONE DELLA RIFORMA DEL CEAS: PRIME CONSEGUENZE A LAMPEDUSA E SULLE PERSONE

26.07.2026

Il 12 giugno è entrata in vigore la riforma del nuovo Sistema europeo comune di asilo (patto CEAS). A un mese di distanza — nel periodo tra il 12 giugno e il 12 luglio 2026 — a Lampedusa abbiamo registrato 1.378 persone sbarcate, contro le 2.504 dello stesso periodo del 2025: un calo di oltre il 55%. Come Maldusa siamo fisicamente presentǝ sull'isola, punto di ingresso per la maggior parte delle persone che arrivano in Italia, e assistiamo in prima persona agli sviluppi del regime di frontiera dell'UE.

Nonostante sia ormai da oltre un decennio uno dei simboli delle politiche migratorie disumane dell'Europa, Lampedusa fa raramente notizia, tranne quando si verificano grandi naufragi o quando il Papa passa a fare una visita. Nel caso ve lo foste perso: sì, il Papa è venuto a inizio luglio. Ha portato con sé discorsi sull'importanza dell'umanità e dell'amore per i prossimi, la rinominazione del molo militare dove vengono sbarcate le persone a nome del suo predecessore con tanto di stele diventata sfondo selfie amato da turistǝ, nonché fondi per ampliare l'obitorio del cimitero. Rimangono le sue tracce in forma di alcune strade fresche di asfalto, comprese corsie di traffico e strisce pedonali inedite in tutta l'isola.
Tuttavia, i bagni al molo sono ancora privi di acqua corrente. Minori continuano a essere regolarmente sottopostǝ a interrogatori illegali da parte di Frontex subito dopo l'arrivo. Il Decreto 100, primo provvedimento per l'attuazione del patto sul territorio italiano, apre una scappatoia all'esenzione dalle procedure accelerate per persone che soddisfano i criteri di vulnerabilità. E al molo regna una calma insolita, dato che sempre meno persone raggiungono "lo scoglio".

Ma una cosa dopo l'altra.

                                              cantiere per l'ampliamento dell'obitorio del cimitero

La riforma del CEAS costituisce un accordo a livello dell'Unione Europea che — con il pretesto di "gestire " meglio la migrazione all'interno dell'UE — peggiora in modo significativo la situazione delle persone in movimento. La semplice nozione della necessità di "gestire" la migrazione illustra la continuità con cui la destra e i conservatori continuano a inquadrare il movimento umano come qualcosa che deve essere controllato, anziché come una condizione fondamentale che è sempre esistita, che ha plasmato l'intera umanità e che continuerà a esistere per sempre. Pertanto, presentando la migrazione come un «problema», i politici dell'UE aprono la strada non solo a spese ingenti a vantaggio dell'industria della sicurezza e delle armi, ma anche all'uccisione diretta e indiretta di migliaia di esseri umani, trasformando il mare, le coste e il deserto in cimiteri.

Già prima dell'attuazione della riforma del CEAS, decisa oltre due anni fa, attivistǝ su entrambe le sponde del Mediterraneo — così come lungo la rotta atlantica, troppo spesso dimenticata quando si parla di migrazione verso l'UE — mettono in guardia dai rischi che essa comporta in termini di grave deterioramento dei diritti umani, dell'accesso alla protezione internazionale e dell'assistenza legale per coloro che attraversano i confini dell'UE. La riforma rappresenta un attacco istituzionalizzato alla libertà di circolazione per tuttǝ e legittima la militarizzazione delle frontiere dell'UE, finanziata con denaro pubblico nel silenzio e quindi nel tacito consenso delle persone europee. Sebbene i suoi effetti stiano già diventando evidenti e rappresentino un preoccupante aumento del numero di vittime, delle sparizioni forzate, delle intercezioni e delle deportazioni, questa riforma non rappresenta un grande cambiamento di rotta all'interno dell'UE. Si tratta di un altro triste passo che rafforza le leggi e le politiche razziste di un continente in cui la tendenza globale alla fascistizzazione è una realtà. Fascistǝ, e con loro le forze conservatrici di tutta Europa, creano e strumentalizzano il discorso della paura per giustificare l'attacco massiccio alle vite e ai diritti umani.

Coloro che sopravvivono alla traversata vengono ora "accoltǝ" in Europa con nuove procedure volte ad aumentare sia il numero delle persone deportate sia la rapidità delle espulsioni. Nel complesso, l'Europa ha elaborato un patto per privare su larga scala le persone dei loro diritti.

Per farlo, l'UE ha escogitato diversi meccanismi che meritano di essere menzionati in modo critico, tra cui la finzione giuridica del "non ingresso". Dietro questa terminologia si nasconde una sorta di strano trucco magico razzista inserito nella legge: da un punto di vista giuridico, se una persona è fisicamente presente sul territorio italiano — come ad esempio a Lampedusa, di fronte a noi — ma non possiede un passaporto dell'UE o un visto, può essere trattata come se non fosse fisicamente presente. Pertanto, l'ingresso nell'UE non è più legato alla geografia e alla realtà fisica, ma viene rinviato fino a quando una persona non si è sottoposta alle procedure previste. Questa finzione giuridica comporta conseguenze amare: un'intera serie di diritti che si applicano a una persona nel momento in cui si trova all'interno dei confini del paese svaniscono. Questo rende possibile, tra altre cose, il trattenimento prolungato di persone che non hanno commesso alcun reato.
Per implementare il CEAS in Italia e recepirlo nell'ordinamento italiano, è stato introdotto un primo provvedimento nazionale lo stesso giorno dell'entrata in vigore del patto: il Decreto 100, nome ufficiale "decreto-legge n.100/2026".
Questo decreto stabilisce per esempio che la finzione del "Non-Ingresso" non solo venga applicata alle frontiere, ma che venga estesa a altre parti del Paese anche lontane da esse. In tal modo, le procedure previste per le frontiere possono essere svolte altrove, e il governo italiano può attuarle non solo nell'Hotspot di Lampedusa, ma anche nei Centri di Accoglienza, nei CAS e in altre strutture sparse in tutto il Paese.
A Lampedusa osserviamo che talvolta le persone vengono trasferite dall'Hotspot a altre parti dell'Italia dopo soli due giorni di permanenza nell'Hotspot, nonostante che il CEAS ne preveda fino a 7 per la procedura di screening. Ci chiediamo cosa possa emergere in soli due giorni, come venga eseguito lo screening sanitario, di identificazione e delle cosiddette vulnerabilità in così poco tempo, che sono fondamentali nel definire il percorso legale delle persone. Ci domandiamo come possa essere svolta l'informativa legale sui pochi diritti ancora garantiti, sull'accesso ai servizi di supporto e di accompagnamento in un tempo così corto.
L'estensione delle procedure di frontiera su varie parti del territorio italiano significa anche che, per monitorare gli sviluppi derivanti dall'attuazione del patto, è necessaria un'ampia presenza di attivistǝ su tutto il territorio.

Un altro aspetto del patto e del decreto 100 riguarda le persone considerate vulnerabili a causa di circostanze sociali o sanitarie.
In teoria, la riforma del CEAS stabilisce che il "soddisfacimento" dei criteri di vulnerabilità — essere minorenni, aver subito violenza di genere, essere vittime della tratta di esseri umani, appartenere alle comunità LGBTIQ+, essere sopravvissutǝ alla tortura, solo per citarne alcuni — dovrebbe esentare le persone in movimento dalle procedure accelerate alle frontiere e assicurare loro specifiche garanzie procedurali, indipendentemente dal loro paese di origine. La teoria del patto prevede un'unica eccezione: il caso di "crisi".
Se viene dichiarata una "crisi", tutte le persone, indipendentemente dalla loro vulnerabilità, possono essere sottoposte a procedure accelerate. La definizione di «crisi» nei testi del CEAS rimane tuttavia vaga, creando così un'enorme scappatoia che consente di dichiarare questa situazione eccezionale sulla base di criteri poco chiari. Ciò significa che c'è un alto rischio che le già scarse garanzie procedurali per le persone in movimento possano essere ridotte in modo praticamente aleatorio.

A Lampedusa, nel primo mese dopo l'entrata in vigore del patto, abbiamo potuto osservare che il numero di persone che soddisfano i criteri di vulnerabilità è superiore rispetto a prima. La maggior parte delle persone che arrivano a Lampedusa ha attraversato la Libia e, in molti casi, ha dovuto subire in prima persona le torture dei centri di detenzione e/o della schiavitù; molte sono state intercettate e respinte almeno una volta dalle milizie libiche sostenute e finanziate dall'UE. Queste esperienze rendono molte persone che arrivano sull'isola ammissibili alla categoria delle persone vulnerabili. Attualmente la vulnerabilità viene certificata nell'Hotspot dall'EUAA (l'agenzia Europea per l'asilo), mentre in altri luoghi di arrivo in Italia può essere certificata anche dall'OIM.

Tuttavia, il Decreto 100 prevede un modo per aggirare l'esenzione delle persone vulnerabili dalle procedure accelerate anche al di fuori di una "crisi" dichiarata.
Secondo l'ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione)[1], spetta al governo italiano non solo l'obbligo di valutazione delle vulnerabilità, ma anche assicurare il rispetto delle garanzie procedurali. Ciò si traduce in una realtà in cui il procedimento relativo alle persone vulnerabili può essere svolto nei centri per le procedure accelerate nonostante il loro status riconosciuto. Affinché ciò sia possibile, il governo italiano deve solo trovare enti specializzati disposti a collaborare all'interno di questi centri. Quando ciò accade, l'unico modo per la persona interessata di uscire dalla procedura accelerata e accedere a una procedura ordinaria è trovare un giudice disposto a impegnarsi in una battaglia legale. Resta da verificare se le persone nei centri abbiano accesso a contatti per l'assistenza legale e come tale contatto possa essere garantito nel caso in cui non venga fornito. Sembra tuttavia importante sottolineare che il tipo di procedura a cui vengono sottoposte le persone la cui vulnerabilità viene riconosciuta costituisce solo una delle conseguenze altamente problematiche del CEAS e del Decreto 100. Il semplice obbligo per le persone in movimento di raccontare le proprie esperienze, i propri traumi e la propria identità sotto pressione di fronte alle autorità e a persone sconosciute, senza avere il tempo di instaurare un rapporto di fiducia, rende altamente probabile che molte persone non rivelino le proprie vulnerabilità e, di conseguenza, non abbiano accesso al proprio diritto a specifiche garanzie procedurali.

                                    al molo mancano le barche delle centinaia di persone intercettate
                                    dalle milizie libiche nelle settimane scorse

Nel primo mese dall'entrata in vigore del patto, abbiamo assistito — come detto — a un calo degli arrivi di oltre il 55% rispetto al 2025 nella sola Lampedusa. Non si tratta di un fenomeno isolato, ma della prosecuzione di una tendenza che riguarda tutte le frontiere esterne dell'UE, dove i dati ufficiali indicano un calo degli arrivi del 40%[2]. Il calo degli arrivi viene presentato come una vittoria dai politici e dalle istituzioni dell'UE, mentre Frontex si congratula con se stessa per il successo ottenuto. È superfluo menzionare la violenza utilizzata per dissuadere le persone dal raggiungere l'Europa: persino il tribunale di Parigi ha avviato un'indagine nei confronti dell'ex capo di Frontex e attuale membro del Parlamento europeo Fabrice Leggeri per crimini contro l'umanità nel contesto dei respingimenti e non solo. Cinicamente, è proprio la stessa Frontex che sta ora indagando sul governo greco in relazione alle accuse di respingimenti illegali[3].

A seguito delle continue violazioni dei diritti umani da parte dell'agenzia di frontiera dell'UE, l'Unione reagisce con la consueta grandezza e il solito impegno a favore dei diritti umani: ampliando il mandato di Frontex. Attualmente si sta discutendo di aumentare il personale del "corpo permanente" dell'agenzia a 10.000 agentientro il 2027 e a 30.000 entro il 2029 - nel 2022 erano 900 -, di coinvolgerla nelle procedure di espulsione, di affidarle la gestione dei cosiddetti "centri di rimpatrio" altamente problematici, di aumentare i suoi fondi e di armare il suo personale[4]. A Lampedusa, ad aprile Frontex ha ideato una brillante iniziativa di pubbliche relazioni per migliorare la propria immagine e contrastare le notizie appena pubblicate sulle accuse mosse contro Leggeri: al molo, all'arrivo dei bambini, gli agenti hanno regalato loro aquile di peluche che indossavano l'uniforme di Frontex.

Tuttavia, le strategie volte a ridurre gli arrivi sulle coste dell'UE si stanno rivelando purtroppo efficaci. I dati relativi a Lampedusa mostrano un calo leggermente superiore rispetto alla media delle rotte del Mediterraneo centrale, anche se il numero di arrivi certe rotte è in aumento: la rotta algerina, ad esempio, è più frequentata rispetto al passato, così come la rotta dalla Libia orientale, perché le persone reagiscono agli sviluppi geopolitici nelle regioni di partenza. E gli sviluppi geopolitici, intesi come razzismo anti-nero e crescente criminalizzazione delle persone in movimento nelle regioni di partenza, sono fortemente influenzati dagli accordi che l'UE stringe con chi detiene il potere sul posto: accordi volti a esternalizzare i propri confini, a finanziare le milizie e a fornire loro direttamente imbarcazioni, aerei, droni e addestramento.

È fondamentale contestualizzare il fatto che meno arrivi non significano meno partenze: la politica mortale dell'UE in materia di frontiere si traduce in un aumento significativo dei decessi e delle sparizioni forzate in mare, nonché in un aumento degli intercettamenti sulle coste di partenza. È ben nota la realtà che devono affrontare sia le persone intercettate quando vengono riportate in Libia, Tunisia, Algeria e in altri luoghi di partenza sia le persone in movimento presenti in questi territori. Sappiamo dei campi di detenzione, della schiavitù, delle deportazioni nel deserto. Nonostante le violazioni dei diritti umani note, l'UE sta pianificando di ampliare la cooperazione e i finanziamenti, come nel caso del programma SHARAKA da 25 milioni di euro previsto in Libia[5].

Chi arriva al molo di Lampedusa, o, più raramente, sbarca autonomamente su una delle spiaggie - come nel caso delle 15 persone (per lo più minori) sbarcate a Cala Maluk il 9 luglio - ha sopravvissuto questi sistemi letali finanziati dall'UE . Attivistǝ amplificano le loro e denunciano chi è responsabile: grazie alle testimonianze di Refugees in Libya, avrà inizio il processo a carico di Khaled Mohamed Ali El Hishri per crimini contro l'umanità commessi nel sistema detentivo libico[6]. La rete "Tunisian Solidarity" ha pubblicato una dichiarazione sulle conseguenze del Memorandum d'intesa per le persone in movimento, a tre anni dalla sua entrata in vigore[7]. AlarmPhoneSahara riferisce regolarmente delle decine di migliaia di persone deportate nel deserto ogni anno e pubblica le loro testimonianze[8]. Attivistǝ di Belaady sostengono persone in Libya nel contesto della detenzione malgrado gli altissimi rischi che questo comporti per loro stessǝ [9].

La politica di esternalizzazione delle frontiere dell'UE è direttamente corresponsabile, e il sistema dei visti viene utilizzato come strumento per costringere i paesi a collaborare, come dimostrano attualmente le restrizioni sui visti imposte al Gambia, alla Somalia e all'Algeria per punire la mancata collaborazione in materia di espulsioni[10].

Non tutte le persone riescono però a sopravvivere al regime di frontiera che costa miliardi di euro. Secondo i dati ufficiali, nonostante il calo del numero di arrivi, il bilancio delle vittime nella prima metà di quest'anno è aumentato di oltre il 26% — con un incremento complessivo di almeno il 57% del numero di morti sulla rotta del Mediterraneo centrale, mentre sulla rotta atlantica si registra un aumento del 67% nel tasso di mortalità. In queste cifre non sono incluse le persone disperse/vittime di sparizioni forzate in mare: si stima che il numero di persone scomparse in modo violento e silenzioso sia pari a quello delle persone la cui morte è stata accertata perché i loro corpi sono stati ritrovati. Questi dati provengono dall'OIM ed è prevedibile che rappresentino una sola approssimazione a causa dell'elevato numero di casi non segnalati.

È strano parlare di numeri. Ogni numero rappresenta una persona, con una vita, una famiglia, persone care. Cosa significa, in fin dei conti, che arrivano il 55% di persone in meno e ne muoiono il 57% in più? Che per ogni persona che arriva a Lampedusa un'altra viene uccisa, scompare, viene detenuta, venduta, deportata nel deserto — rispetto all'anno scorso? E che dire di coloro che sono stati uccisi, sono scomparsi, sono stati detenuti o venduti negli anni precedenti? Le statistiche non racchiudono la vita umana; possono aiutare però a delineare il carattere strutturale delle ingiustizie. Si stima che — solo quest'anno — oltre 340.000 famiglie siano colpite dall'aumento del numero di vittime causato dal regime di frontiera dell'UE[2].

Lungo tutte le rotte, le comunità si organizzano per ritrovare chi è scomparso. Attivistǝ stimano che, solo in Senegal, migliaia di persone siano scomparse (forzatamente) mentre si dirigevano verso l'Europa. Il gruppo Facebook "Trouvés Ou Perdus"[11], dove vengono pubblicate informazioni sulle persone scomparse, conta oltre 103.000 membri. L'organizzazione Boza Fii organizza ogni anno la «Caravane des Disparus», che riunisce famiglie di vittime del regime di frontiera dell'UE seguendo il motto «Nous ne pouvons plus nous limiter à compter nos morts, nous voulons en parler» — non possiamo più limitarci a contare i nostri morti, vogliamo parlarne.

Le conseguenze concrete delle vite che si celano dietro quei numeri vanno dalle famiglie che da decenni cercano i propri cari, impossibilitate a piangere adeguatamente lǝ propri defuntǝ; alle donne che non possono risposarsi poiché i loro mariti non sono ufficialmente dichiarati deceduti; a figlǝ che non possono accedere alle proprie eredità e che possono essere privatǝ delle proprie case e dei propri terreni. In alcune comunità, fino all'80% delle persone viene ucciso o è vittima di sparizioni forzate ad opera del regime di frontiera europeo e dei suoi complici.

Cercare di rompere lo sguardo europeo sulle persone in movimento significa provare a restituire loro un po' di dignità, raccontando i loro nomi e le loro storie, e lottare affinché non vengano dimenticate. Come Fatmata, che ha lasciato la madre e la sorella. Fatmata, la cui famiglia è originaria della Costa d'Avorio, non è sopravvissuta al viaggio dalla Tunisia all'Italia. Fatmata è stata uccisa il 16 maggio, quando era ancora una bambina. Ora è sepolta a Favara, in Sicilia.

Cosa significa rendere giustizia? Quando verrà alla luce la verità?

L'associazione tunisina «Mères de Migrants Disparus» afferma: «La vérité est un droit, la justice est un devoir.» — La verità è un diritto, la giustizia è un dovere.



Share