Tra il cinismo istituzionale dei governi europei, che perseguono la strategia della morte attraverso silenzi e omissioni, e la furia naturale del ciclone Harry: il 2026 apre i suoi registri con l’inchiostro delle vite negate nel Mediterraneo Centrale.

28.01.2026
CommemorAction al Cimitero di Lampedusa - gennaio 2026, Lampedusa
CommemorAction al Cimitero di Lampedusa - gennaio 2026, Lampedusa

Giovedì sera, 22 gennaio, alle ore 18:40, sono arrivate al molo Favaloro 61 persone superstiti. Partite dalla Tunisia su un barchino in lamiera, sono state soccorse dalla CP 322 a 50 miglia nautiche da Lampedusa, dopo essere state colpite dal ciclone Harry, il più violento che abbia colpito il Mediterraneo centrale nel XXI secolo. 

Un evento che avrebbe dovuto imporre il massimo livello di allerta e tutela della vita umana. Così non è stato.

Le condizioni meteo erano estreme: raffiche di vento fino a 120 km/h e onde alte fino a 7 metri. In questo contesto, la sopravvivenza di 49 persone può essere definita solo come un miracolo. Miracolo che si afferma sulle politiche mortifere promosse dall'Italia e dall'Europa. Tuttavia, le persone sono arrivate al Molo in gravi condizioni, tra cui una donna che ha perso in mare le sue due gemelline di un anno. I loro corpi non sono mai stati recuperati. Un giovane uomo maliano è morto pochi minuti dopo l'arrivo sull'isola, probabilmente durante il trasporto in ambulanza verso il PTE di Lampedusa. Morti che non possono essere archiviate come "fatalità", ma che sono il risultato diretto di scelte politiche precise, reiterate e consapevoli.

È inoltre stato confermato da Alarm Phone che non si hanno più notizie di almeno altre quattro-cinque imbarcazioni partite da Sfax nella stessa giornata . Su una di queste viaggiavano familiarə di alcune delle persone giunte vive a Lampedusa. Sappiamo che a bordo c'erano numerose persone sierraleonesi, tra cui diverse donne e minori. Anche di queste vite, al momento, non resta che il silenzio delle istituzioni. Un solo superstite, ritrovato aggrappato ai resti di una barca in cui viaggiavano 51 persone, è stato trasportato ieri a Malta in gravi condizioni.[1]


Lampedusa, 2025
Lampedusa, 2025

Denunciamo con forza il fatto che la Tunisia continui a essere definita un "Paese sicuro" dal governo italiano e dall'Unione Europea, mentre lì avvengono arresti di massa, deportazioni e respingimenti forzati che spingono le persone migranti ad attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni destinate alla morte e alla scomparsa. Appena un giorno prima, il 21 gennaio, l'UE ha consegnato alla Tunisia attrezzature perfettamente nuove destinate ai controlli delle frontiere marittime e terrestri.[2]

Ciò è l'ennesimo tragico effetto delle politiche di esternalizzazione delle frontiere e del controllo securitario della migrazione.

Denunciamo ciò che avviene a Lampedusa: un'isola iper-militarizzata, con quasi 500 unità delle forze dell'ordine per 5.000 residenti (in media una ogni dieci), e al contempo priva delle risorse minime per garantire soccorso e cure. Manca un ospedale, mancano medicə, manca personale sanitario. La catena di comando nella gestione dei casi sanitari gravi a bordo delle motovedette è inadeguata, frammentata, pericolosa. Le falle comunicative uccidono.

Mancano ambulanze attrezzate, mancano strumenti salvavita, manca una risposta sanitaria degna di questo nome, non solo per chi arriva sull'isola, ma anche per chi a Lampedusa vive. Ancora una volta siamo statə costrettə a trasportare barelle a mano sul molo Favaloro, supplendo a uno Stato che abdica sistematicamente alle proprie responsabilità.


Ancora una volta abbiamo assistito a una gestione degli arrivi improntata alla repressione e non alla tutela. Ancora una volta Frontex ha esercitato il proprio potere contro persone in movimento appena sopravvissute a un naufragio, colpite da lutti indicibili. Questa è violenza istituzionale. Lo Stato uccide. Le frontiere anche.

Quello che accade nel Mediterraneo centrale non è un'emergenza. È un sistema. Un sistema che produce morti, dispersi e sopravvissuti traumatizzati. Un sistema che ha nomi, responsabilità politiche e precise catene di comando. E di fronte a tutto questo, il silenzio e l'inerzia delle istituzioni sono una forma di complicità.


Noi Non dimentichiamo. Mercoledì 28, alle 12, abbiamo organizzato una *CommemorAzione* al cimitero di Cala Pisana a Lampedusa per ricordare le persone morte e disperse e protestare contro questa ennesima strage di Stato.

Quest'azione, di ricordare ma anche di denunciare, si colloca a ridosso della giornata transnazionale della CommemorAction del 6 febbraio volta a chiedere verità, giustizia e riparazione per le vittime del regime di frontiera e per le famiglie delle persone scomparse.[3]


Camere d'aria usate come salvagenti, Lampedusa
Camere d'aria usate come salvagenti, Lampedusa