Sperimentazioni biometriche e pratiche illegittime sulle persone in movimento

Nel mese appena trascorso, Lampedusa è diventata banco di prova per l'introduzione di nuovi dispositivi di screening e di gestione della frontiera, su tutti il nuovo pacchetto "Screening Toolbox"messo a disposizione dell'Agenzia Frontex.
La sperimentazione, durata dal 13 al 24 ottobre presso l'hotspot di Lampedusa, ed espletata da Frontex in collaborazione con il personale EUAA ed EUROPOL, è finalizzata all'implementazione di nuove procedure di screening e di frontiera in vista dell'attuazione del nuovo e criticatissimo Patto UE su asilo e immigrazione, entrato in vigore a gennaio 2026 ed effettivo da 12 giugno 2026. Come riportato nel seguente articolo (https://www.euaa.europa.eu/news-events/Frontex-euaa-europol-and-italy-pilot-new-screening-process-lampedusa) ed in linea con il cosiddetto Regolamento Screening, le attività di screening delle persone migranti consistono in controlli preliminari di salute e vulnerabilità, fornitura di informazioni, rilevamento dei dati biometrici e registrazione in EURODAC; controlli di identificazione e sicurezza, inclusa la consultazione dei sistemi di gestione delle frontiere dell'UE, come il Sistema d'informazione Schengen (SIS), il Sistema di informazione visti (VIS), il Sistema di ingressi-uscite (EES) e il Sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (ETIAS). In soldoni, il pacchetto si traduce nella raccolta e nell'inserimento di dati sensibili in sistemi di database condivisi su larga scala tra i paesi dell'area Schengen, legittimando una serie di procedure opache e tuttavia normalizzate a Lampedusa che non solo costituiscono costanti violazioni della privacy, ma violano i diritti di base della persona. Pratiche irregolari includono ad esempio il sequestro arbitrario di telefoni e passaporti all'arrivo al molo. A ciò si aggiungono i rischi legati all'inserimento di una mole di dati tale da creare intoppi nei sistemi informatici, come ad esempio l'assurdo respingimento di richieste di asilo legittime, tuttavia negate per falle nei software, bug, e casi di omonimia tra le persone migranti e i loro familiari[1]. Ad esempio, una donna camerunense ospite di un CAS in Puglia ci ha raccontato, il mese scorso, che nonostante fosse stata regolarmente registrata al suo arrivo in Italia, i suoi dati personali non risultavano presenti nel Sistema d'Informazione Schengen (SIS). Di conseguenza, la sua procedura di richiesta di protezione internazionale era rimasta bloccata.
Quindi, il nuovo pacchetto "Screening Toolbox" si configura, all'interno del più ampio quadro delle politiche di criminalizzazione, trattenimento, respingimento e deportazione delle persone migranti e richiedenti asilo politico – promosse e validate dall'Unione Europea –, come un ingranaggio delle procedure accelerate di frontiera che, nel loro insieme, concorrono all'erosione e alla sospensione di diversi diritti fondamentali, su tutti il diritto d'asilo e la protezione internazionale. Gli esperti suggeriscono che gli effetti causati dall'introduzione di tali misure possano riguardare, nella fattispecie, l'abbassamento delle garanzie procedurali, così come l'aumento della probabilità di detenzione amministrativa presso i centri di trattenimento e le altre strutture detentive disseminate nel Belpaese, e un incremento nei rimpatri[2].
In seno a questo marchingegno incancrenito, caratterizzato da opacità procedurali sistemiche, la violazione del diritto d'asilo, della privacy e della tutela dei minori diventa prassi quotidiana, come nel caso dei ripetuti interrogatori condotti a scapito dei minori non accompagnati non appena sbarcati al Molo Favaloro da parte di Frontex[3]. L'Agenzia Europea continua infatti a operare in una zona grigia di potere, insinuandosi nelle piaghe dello Stato di diritto in virtù di un'eccezionalità sistemica ormai permanente, dove non è più possibile distinguere tra violenza e "legalità", all'interno di un processo di continua compressione dei diritti fondamentali dell'uomo, a scapito di quelli delle persone in movimento. Riappare con forza l'evidenza che la violenza e le politiche di assoggettamento non siano una deviazione del sistema, ma ne costituiscano un prodotto strutturale, articolato attraverso i dispositivi di frontiera dello Stato-nazione, dove la distinzione tra ciò che è da proteggere e ciò che è da criminalizzare risponde unicamente a interessi politici.
In questo scenario profondamente de-umanizzante, le logiche del riarmo e della crescente militarizzazione s'impongono come paradigmi dominanti, riemergendo con forza a più livelli e con varie intensità nell'area del Mediterraneo centrale. Esse si abbattono su corpi, immaginari e luoghi, colpendo in primo luogo le zone di frontiera – siano esse marine, aeree o terrestri –. In questo quadro, ogni naufragio, l'ultimo avvenuto pochi giorni prima di Natale, e costato la vita a 116 persone[4], assume sempre più i contorni di una strage di Stato, e la criminalizzazione dei capitani diviene un atto sacrificale volto a purificare le responsabilità delle politiche europee criminali, finto moraliste e ipocrite. Sulla stessa scia, la sorveglianza digitale esercitata attraverso lo "screening toolbox" sui corpi delle persone in movimento, diviene l'ennesima espressione dell'inasprimento della violenza dei regimi di frontiera, nonché della progressiva normalizzazione della sospensione dei diritti, giustificata da un'eccezionalità permanente ormai assurta a ratio di governo.
L'Unione Europea continua infatti a promuovere nuovi dispositivi di controllo e di gestione delle frontiere in cui la classificazione dei diritti avviene su base razziale, de facto legata al paese di provenienza, investendo inoltre miliardi di euro in processi negoziali di esternalizzazione delle frontiere con paesi terzi extraeuropei considerati "sicuri". In tale contesto, il Consiglio d'Europa, in data 8 dicembre, ha approvato un nuovo sistema comune per i rimpatri, estendendo ulteriormente l'applicabilità del concetto di paese sicuro (https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/rimpatri-e-paesi-sicuri-le-proposte-del-consiglio-dellunione-europea-mortificano-i-diritti-fondamentali/).
Ancora una volta continuiamo a monitorare ciò che accade nel Mediterraneo centrale, denunciando i regimi di frontiera dell'UE e quanto sta avvenendo a Lampedusa. Ancora una volta ci attiviamo per fare controinformazione e restituire una visione d'insieme fondata sulla solidarietà, i diritti umani, e il sostegno alle persone in movimento, poiché migrare non è reato!
[1] I pericoli legati all'uso dei dati biometrici a questi fini sono da anni oggetto di analisi e critiche da parte dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali: https://fra.europa.eu/en/publication/2018/under-watchful-eyes-biometrics-eu-it-systems-and-fundamental-rights
[2] Per un confronto si rimanda al seguente link: https://ecre.org/wpcontent/uploads/2025/02/ECRE_Comments_Screening-Regulation.pdf
[3] Si tratta delle cosiddette 'debriefing interviews', pratica che non trova base legale e che è stata più volte oggetto di censura da parte di organi Ue. Si veda la decisione del Garante europeo per la privacy: https://media.euobserver.com/b7396d825d27da395206a6535a4f69ca.pdf ; così come quella dell'Obudmsman europeo: https://www.ombudsman.europa.eu/et/decision/en/171951. Più in generale, tali pratiche hanno attirato anche l'attenzione dei media, che ne hanno riportato metodi e criticità: https://wearesolomon.com/mag/format/investigation/frontex-unlawfully-shared-thousands-of-peoples-personal-data-with-europol/.
[4] Il 19 dicembre, al largo delle coste tunisine, si è verificato un mortale naufragio che ha causato la morte di 116 persone, lasciando un solo sopravvissuto. In seguito all'allerta lanciata dalla ONG Alarm Phone, la Guardia Costiera italiana ha confermato la ricezione della segnalazione, ma ha successivamente interrotto le comunicazioni senza fornire ulteriori riscontri. La Guardia Costiera libica ha invece dichiarato di non aver effettuato alcuna operazione di soccorso o intercettazione nei giorni 18 e 19 dicembre.
