Ancora una strage. Fino a quando?

30.08.2025

Mercoledì 13 agosto, poco dopo mezzogiorno, al molo Favarolo di Lampedusa sono sbarcate 61 persone, sopravvissute ad un naufragio la cui dinamica resta per molti versi ancora incerta. In mare sono stati recuperati 23 corpi senza vita - tra cui 13 uomini, 7 donne e 3 minori - , mentre un numero incerto di persone rimane ancora disperso. Durante lo sbarco, attraverso le testimonianze di alcune delle persone sopravvissute abbiamo provato a ricostruire i fatti. Due imbarcazioni sarebbero partite la notte precedente da Tripoli, in Libia, con a bordo in totale tra le 90 e 106 persone circa. Sembra che durante il tragitto una delle due si sia bucata per cui molte persone si sono spostate sull'altra, più grande, forse a due piani. Alcunǝ raccontano che questo spostamento abbia reso instabile l'imbarcazione e ne abbia provocato il ribaltamento; altrǝ parlano invece di un'onda improvvisa. Molti sono i dubbi che rimangono aperti: come è stato possibile che tutto sia accaduto a sole 14 miglia dalla costa in un tratto di mare sorvegliato da Frontex e Guardia Costiera? Perché le autorità italiane non sono riuscite a intervenire tempestivamente? Come mai la procedura di sbarco abituale è stata aggirata? Di norma quando un'imbarcazione in difficoltà viene intercettata, le organizzazioni internazionali e i volontari e le volontarie della società civile vengono avvertite con anticipo perchè autorizzatǝ ad essere presenti al molo e accogliere le persone in arrivo. Questa volta, invece, nessun avviso è stato condiviso e siamo arrivatǝ al molo non appena ci siamo accortǝ di ciò che stava succedendo.

Credit: Sea Watch
Credit: Sea Watch

Sappiamo bene che ci sono domande legate a questo caso a cui è impossibile trovare una risposta, ma ciò che ci colpisce è che ancora una volta si parli di "tragedia" per descrivere l'accaduto. Questo naufragio non può definirsi un incidente, non si tratta di un evento isolato: è il risultato diretto di scelte politiche. Le frontiere uccidono. Parlare di "tragedia" significa togliere responsabilità a quella che invece è l'ennesima strage di Stato: perché ogni corpo senza vita è il prodotto di leggi che impediscono la libertà di movimento, di accordi che finanziano respingimenti, di un sistema che riduce le persone a numeri. Eppure, anche questa volta, i numeri che ci ripetiamo hanno dei volti, delle storie, delle famiglie. Nei giorni successivi al naufragio, alcuni familiari si sono mobilitati autonomamente per raggiungere Lampedusa e avere accesso a maggiori informazioni, rivendicando il diritto di identificare i corpi. Siamo statǝ insieme a loro durante le ore di attesa fuori dall'hotspot, assistendo a comunicazioni frammentate e talvolta superficiali sul trasferimento della salme, in un momento già di per sè doloroso e delicato.  

Credit: Sea Watch
Credit: Sea Watch

Vivere e testimoniare direttamente queste dinamiche sull'isola grazie allo spazio che abbiamo creato significa spesso fare i conti con l'impotenza di fronte a un sistema che sceglie arbitrariamente di comportarsi con disumanità, una realtà che alimenta rabbia e rafforza il desiderio di sostenere e lottare accanto a chi affronta il viaggio. Emblematica e vergognosa la vicenda della bara di una neonata, trasferita a Porto Empedocle mentre la madre sopravvissuta si trovava ancora in hotspot e aveva espresso la volontà di restare vicina al corpo della figlia, una richiesta di fronte alla quale si è risposto con indifferenza.
A questa logica e alla mancata attivazione di risposte adeguate di soccorso si accompagna, inoltre, una crescente criminalizzazione delle Ong e delle realtà della flotta civile SAR, sempre più soggette a fermi amministrativi decisi dalle autorità italiane[1] e a violenza ingiustificata da parte dalle cosiddette guardie costiere dei paese terzi[2], ostacolando il lavoro delle Ong e la flotta civile SAR invece di riconoscerne il contributo.  

Ma nonostante tutto ciò, sull'isola la solidarietà resiste. Insieme ad altre realtà della società civile crediamo nella forza di una rete che si costruisce giorno per giorno e che ci permette di collaborare anche con associazioni attive fuori dall'isola. E' la stessa rete che ci consente accogliere, documentare e resistere insieme. Durante un paio di settimane dopo il naufragio, siamo statǝ in costante contatto con le compagne di Memoria Mediterranea per monitorare gli spostamenti delle salme e condividere le informazioni con i familiari che abbiamo incontrato [3].  

Credit: Sea Watch
Credit: Sea Watch

Nel frattempo sono molti i giornalisti arrivati sull'isola per documentare e ricercare interviste e commenti. Noi crediamo che non basti raccontare fatti di cronaca e accendere i riflettori su Lampedusa quando c'è un naufragio che fa notizia. Occorre riconoscere e dichiarare che stiamo costantemente vivendo e assistendo sulla frontiera europea del Mediterraneo centrale è l'attuazione di precise scelte politiche che generano naufragi sistemici. Quello che ci raccontano definendolo come tragedia è invece urgente ridefinire come strage. La vera tragedia è l'esistenza stessa di questa (necro)politica: un potere che decide chi può vivere e chi può morire, che nega la libertà di movimento e che tutti i giorni costringe le persone a imbarcarsi. Non basta piangere le persone che perdono la vita, bisogna chiedere responsabilità allo Stato, pretendere giustizia, rivendicare un'altra narrazione. La sola soluzione possibile è quella che ancora non si vuole nominare: abolire le frontiere.


Denunciamo le manovre utilizzate per nascondere la realtà!

Ci opponiamo alla narrazione vittimizzante dei media e delle autorità!

Rivendichiamo umanità e diritti per tutte le persone in movimento!