Le Nostre Vite Valgono! 8 Marzo 2026
Intervento di Maldusa e Mem.Med al corteo per le lotte dell'8 marzo organizzato da Non Una Di Meno Palermo

Vite sconfinanti, vite irriverenti. La nostra esistenza è un atto di resistenza, laddove non siamo destinatə a sopravvivere... I nostri corpi possono trovarsi sotto assedio, ma il nostro amore per la libertà sarà sempre più forte di qualsiasi tentativo di categorizzarci, segregarci, confinarci, ingabbiarci, o ucciderci (Saidiya Hartman - Vite ribelli, bellissimi esperimenti.
In questa marea sconfinante e irriverente uniamo le nostre voci per ribadire la nostra lotta costante contro le frontiere, ogni forma di oppressione e confinamento. Quando parliamo di libertà di movimento da una prospettiva transfemminista abolizionista, non stiamo chiedendo semplicemente più diritti. Stiamo mettendo in discussione l'intero sistema che decide chi ha libertà di muoversi e chi deve essere fermatə e rinchiusə, chi può vivere e chi può essere sacrificatə.
Il confine non è solo una linea geografica neutra che divide stati o regioni, in terra e in mare, è un dispositivo politico attivo che produce violenza, controllo, punizione e morte; è un meccanismo che seleziona le vite degne e quelle sacrificabili. In questo quadro, le frontiere, i CPR, le carceri, i centri di detenzione amministrativa, fanno parte di un unico sistema di gestione e contenimento dei corpi razzializzati, persone povere, queer, trans, attivistə e compagnə, persone non conformi all'ordine dominante.
Il transfemminismo ci insegna a guardare al potere nelle sue intersezioni. Il controllo sistematico delle persone in movimento non è separato da logiche patriarcali, dall'eteronormatività e dal sistema capitalista. L'abolizionismo ci offre una chiave di lettura chiara: carceri, CPR e confini non sono soluzioni, sono strumenti di governo della povertà e della razzializzazione. Non proteggono, non risolvono, non trasformano. Producono isolamento, trauma, precarietà. Producono morte.
Nel Mediterraneo, negli ultimi mesi, più di mille persone in movimento hanno perso la vita. Non è una fatalità. È il risultato di politiche deliberate: esternalizzazione delle frontiere, omissioni di soccorso, criminalizzazione di chi attraversa e sfida le frontiere e di chi soccorre in mare. Il mare è diventato un dispositivo necropolitico e gli Stati decidono deliberatamente chi può essere lasciatə affogare. Allo stesso tempo, il proliferare di conflitti armati di natura imperialista e la repressione dei movimenti di resistenza in giro per il mondo sono altri strumenti di disciplinamento che rinforzano le logiche di confine: denunciamo l'uso della guerra come strumento coloniale, la solidarietà selettiva che produce ulteriori gerarchie morali, il silenzio complice dei governi.
Da una prospettiva abolizionista, questo non è un "fallimento" del sistema: è il suo successo. Il confine funziona proprio perché fa paura, perché punisce, perché uccide. Serve a disciplinare, a dividere, a produrre gerarchie.
Noi non accettiamo questa logica e non accettiamo che più sicurezza per lo stato significhi in realtà più morti in mare, nei CPR e nelle carceri. Non accettiamo che la gestione della mobilità passi per la detenzione amministrativa e non accettiamo che la cittadinanza sia uno strumento di esclusione. Non accettiamo che il nostro mare e le nostre terre siano stati militarizzati e trasformati in basi armate, in zone di guerra permanente, terreno di interessi capitalisti, interventi imperialisti e coloniali che producono morte e sparizione.
Parlare di libertà di movimento significa immaginare un mondo senza carceri e senza CPR, ma anche senza le condizioni che li rendono possibili: razzismo istituzionale e interiorizzato, sfruttamento del lavoro migrante, politiche securitarie e anche approcci umanitari, riformisti e coloniali all'interno dei movimenti sociali e dei partiti politici. Abbiamo il dovere di distruggere assieme il razzismo e la colonialità che ci abitano e che incarniamo, riconoscendo e mettendo al centro le lotte delle persone razzializzate e oppresse, la resistenza delle persone in movimento, la voce delle famiglie delle persone scomparse e di chi è stato ucciso dal regime di frontiera.
Dobbiamo urlare che finché esisteranno confini che rinchiudono e uccidono, la lotta per smantellare carceri e CPR sarà inseparabile dalla lotta contro ogni forma di dominio, incluse quella razzista e patriarcale.
Dobbiamo ascoltare le voci, le storie, le memorie di chi sfida le frontiere, di chi viene incarceratə, marginalizzatə e delle loro famiglie e comunità di appartenenza.
Dobbiamo sempre di più rafforzare e tessere reti di supporto e alleanze, basate sulla cura collettiva e sulla solidarietà diretta, contro e oltre ogni confine. Non solo abbattere e denunciare la violenza dei sistemi di dominio, ma sviluppare pratiche radicali di trasformazione e liberazione.
Vogliamo un mondo in cui tuttə siamo liberə!
